La caduta di Phnom Penh: i khmer rossi e la salvezza nel passato

Il 17 aprile 1975, ossia esattamente cinquanta anni fa, i khmer rossi facevano ingresso nella capitale della Cambogia. Era l’inizio di qualcosa che ancora oggi si ha difficoltà a comprendere, tanto fu la portata degli eventi successivi. I khmer rossi non solo evacuarono Phnom Penh, ma tentarono di trasformarono il paese in uno stato contadini, trasferendo nelle campagne la popolazione urbana. Il numero reale dei morti causati dal regime guidato da Pol Pot non è mai stato accertato con precisione, un alto elemento che contribuisce a dare un alone di macabro mistero a questa vicenda.


L’età dell’oro


La presa di Phnom Penh, ma soprattutto il suo “svuotamento” ci dice molto dell’ideologia dei khmer rossi, che vedevano nella capitale una Babilonia corrotta. Phnom Penh a quel tempo era una città cosmopolita, dove si ballava al ritmo di orchestre rock and roll e il panorama culturale era fiorente. Allo stesso tempo era una sorta di buco nero che drenava le risorse del paese, mentre una popolazione in prevalenza contadina (più dell’80%) viveva in condizioni precarie anche a causa di anni di guerra. Una situazione che a tratti sembra riecheggiare l’eterno scontro tra città e campagna.


I khmer rossi vedevano nel passato la soluzione ai problemi del presente, l’epoca di Angkor era mitizzata come una prospera società contadina a cui tornare. La volontà di tornare a una purezza originaria, una rinascita simboleggiata dall’uscita dalle foreste in cui i khmer rossi si erano rifugiati anni prima per sfuggire la repressione. Non è forse un caso che tra le truppe che presero Phnom Penh numerosi erano i giovani appartenenti alle minoranze etniche della parte orientale del paese. Il mito del buon selvaggio riadattato a una logica rivoluzionaria, contro la corrotta modernità urbana.


Il modello cinese


La classe dirigente dei khmer rossi scoprì gli ideali rivoluzionari studiando in Francia, cosa abbastanza comune tra le figure asiatiche della lotta antimperaialista. Da notare che Pol Pot fu uno dei pochi a non accedere a un’istruzione universitaria. Ben presto il loro modello di riferimento divenne il maoismo cinese, in particolare durante la rivoluzione culturale. Tuttavia le differenze furono enormi, Mao voleva sovvertire le strutture del potere non distuggerle. Il pensiero cinese aveva un pragmatismo che mancava ai khmer rossi, mossi da un vero e proprio messianesimo.


I khmer rossi volevano invece creare una società totalmente nuova, un pensiero utopico mosso da un fervore quasi religioso. L’Angkar, ossia l’organizzazione, guidava il paese con un livello tale di segretezza e onnipresenza da ricordare un re divino. Notevole che sulla bandiera della Kampuchea democratica campeggiasse Angkor Wat. Il sacrificio collettivo della popolazione era necessario per purificare il corpo sociale in vista di un futuro glorioso. Viene da pensare alle società mesoamericane che sostenevano il corso del sole tramite il sangue delle vittime sacrificali.


Paranoia e potere


Questa ideologia che affondava le sue radici nella realtà, per poi staccarsene, finì col divorare sé stessa. Il pensiero utopico, come spesso accaduto nel corso dei secoli, porta a identificare ogni deviazione come atto di tradimento, il che in Cambogia fu ancora più drammatico in presenza di un’odio atavico verso il Vietnam, nonostante il partito comunista cambogiano proprio grazie ai vientamiti abbia mosso i suoi primi passi. Vale la pena ricordare che la civiltà khmer nacque nel Delta del Mekong, qualcosa che ricorda il Kosovo per i serbi, ovviamente fatte le debite differenze.


Cinquant’anni fa cadde quindi Phnom Penh, giorni magistralmente descritti da Francois Bizot. Non fu solo un fatto militare, non fu nemmeno solo l’inizio di un incubo per la popolazione cambogiana, fu in realtà uno dei momenti in cui l’utopia si trovò a confrontarsi con il tentativo di realizzarsi. I risultati furono tragici e Pol Pot divenne un archetipo, si fece mito del male lui stesso, sottraendosi come tutti i miti ad un’analisi razionale. Ancora oggi non è facile affrontare quel periodo cruciale della storia della Cambogia e di Phnom Penh, ma solo la ragione permette di sconfiggere i miti.

Fonte immagine di copertina: parismatch.com

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