Mare d’Aral in Kazakhstan: una catastrofe che prova a guarire

Quando si pensa al Mare d’Aral, l’immagine che viene in mente è quasi sempre la stessa: navi arrugginite nel deserto, un porto rimasto senza mare, una distesa di sabbia e sale dove un tempo c’era acqua. È un’immagine vera. Ma non è l’unica.

Negli ultimi anni ho visto spesso parlare del Mare d’Aral soprattutto dal lato uzbeko, quello di Muynak, più facile da inserire in un viaggio con partenza da Khiva o Nukus. È la parte più fotografata, più raccontata, forse anche più immediata: vai, vedi le navi nel deserto, capisci visivamente la dimensione del disastro.

Il lato kazako, invece, è meno conosciuto. Eppure è proprio lì che la storia dell’Aral diventa più interessante. Non perché il disastro sia stato risolto, ma perché una piccola parte di quel mare è tornata a vivere. Non tutto l’Aral. Non il mare com’era prima. Ma il Piccolo Aral, nel nord del Kazakhstan, oggi esiste ancora. E in parte si sta riprendendo.

Prima della catastrofe: cos’era il Mare d’Aral

Il Mare d’Aral era un enorme lago salato dell’Asia Centrale, diviso tra l’attuale Kazakhstan e l’attuale Uzbekistan. Fino alla metà del Novecento era considerato uno dei più grandi laghi del mondo. A tenerlo in vita erano soprattutto due fiumi: il Syr Darya, che arrivava da nord, e l’Amu Darya, che scendeva verso il bacino meridionale.

Poi, dagli anni Sessanta, l’Unione Sovietica avviò grandi progetti di irrigazione per trasformare l’Asia Centrale in una regione agricola sempre più produttiva, soprattutto per la coltivazione del cotone. L’acqua dei fiumi venne deviata verso i campi. Al lago, semplicemente, ne arrivò sempre meno. Il risultato fu una delle più gravi catastrofi ambientali del Novecento.

L’acqua si ritirò, la salinità aumentò, i pesci scomparvero, l’industria della pesca crollò. I porti si ritrovarono lontani decine di chilometri dalla riva. Il fondale asciutto diventò un deserto di sale e polveri contaminate. Non sparì soltanto un paesaggio. Sparì un modo di vivere.

Perché oggi esistono due Aral diversi

Con il progressivo ritiro dell’acqua, il Mare d’Aral smise di essere un unico lago. Si divise in più bacini. A nord rimase il Piccolo Aral, o Aral settentrionale, in Kazakhstan, alimentato dal Syr Darya. A sud rimase ciò che restava del Grande Aral, sul lato uzbeko, legato all’Amu Darya. Questa divisione è fondamentale. Perché spiega anche la differenza tra visitare l’Aral in Uzbekistan e visitarlo in Kazakhstan.

Il lato uzbeko è il luogo della sparizione. Muynak, un tempo città portuale, oggi è lontana dall’acqua. Le navi nel deserto sono diventate il simbolo più famoso della tragedia. Il lato kazako, invece, racconta una storia diversa. Anche Aralsk era un porto rimasto senza mare. Anche lì la crisi è stata durissima. Ma nel nord c’era una possibilità concreta: trattenere l’acqua del Syr Darya e salvare almeno una parte dell’antico lago.

Nel 2005 venne completata la diga di Kokaral, costruita per separare il Piccolo Aral dal bacino meridionale e impedire che l’acqua continuasse a disperdersi verso sud. È stata una scelta parziale. In un certo senso, anche dolorosa: salvare una parte significava accettare che l’intero Mare d’Aral non sarebbe tornato. Però era una scelta possibile.

Il Piccolo Aral: quando riparare è meglio che arrendersi

Dopo la costruzione della diga di Kokaral, il livello dell’acqua nel Piccolo Aral è risalito. La salinità è diminuita. Alcune specie ittiche sono tornate. La pesca, che sembrava perduta, ha ricominciato a esistere. Secondo dati diffusi dal Kazakhstan, nel 2025 il volume d’acqua del Mare d’Aral settentrionale ha raggiunto i 27 miliardi di metri cubi, con un aumento significativo rispetto agli anni precedenti. Anche la salinità si è ridotta molto, permettendo il ritorno dell’attività di pesc.

Bisogna stare attenti alle parole. Non significa che il Mare d’Aral sia stato “salvato”. La parte meridionale resta in condizioni drammatiche e il sistema complessivo è fragile. Però il Piccolo Aral dimostra una cosa importante: alcuni danni ambientali non sono irreversibili in ogni loro parte.A volte non si può tornare indietro. Ma si può fermare il peggioramento. Si può salvare un frammento. Si può ricostruire una possibilità. È una forma di speranza meno romantica, ma più seria

Per chi vuole approfondire il tema dal punto di vista scientifico e ambientale, un riferimento utile è l’International Center for the Study of Ecosystems of the Aral Sea Region, attivo nella regione kazaka di Kyzylorda e dedicato allo studio degli ecosistemi dell’area dell’Aral.

Aral kazako e Aral uzbeko: due esperienze diverse

Chi cerca informazioni online su come visitare il Mare d’Aral trova quasi sempre indicazioni per l’Uzbekistan: Nukus, Muynak, il cimitero delle navi, le escursioni nel deserto del Karakalpakstan. È comprensibile. Il lato uzbeko si inserisce più facilmente in un itinerario turistico classico. Da Khiva o da Nukus si può organizzare un’escursione verso Muynak, dove il paesaggio della catastrofe è molto evidente. Muynak è il posto dove si va per vedere l’assenza del mare.

Il lato kazako richiede invece un altro tipo di viaggio. Il riferimento è Aralsk, nella regione di Kyzylorda. Non è una tappa comoda, non è ancora una destinazione turistica sviluppata in Kazakistan, non offre la stessa immagine immediata delle navi nel deserto di Muynak. Ma racconta meglio la seconda parte della storia: quella del tentativo di riparazione.

Se Muynak è il simbolo di ciò che è stato perduto, Aralsk è il luogo dove si capisce cosa può ancora essere recuperato.

Aralsk: il vecchio porto del Kazakhstan

Aralsk fu per decenni una città portuale. Oggi non è più affacciata direttamente sul mare come un tempo, ma resta il principale punto di accesso al lato kazako dell’Aral.

Non bisogna aspettarsi una città turistica. Aralsk è remota, semplice, con servizi essenziali e poche strutture. Proprio per questo va presa per quello che è: non una deviazione spettacolare, ma un luogo di memoria e osservazione.

In città si possono vedere il vecchio porto, alcune tracce della passata attività marittima, piccoli musei legati alla pesca e alla storia dell’Aral. Nei dintorni si incontrano paesaggi asciutti, resti dell’antico fondale e zone che raccontano bene la distanza tra il passato e il presente.

Per raggiungere alcuni punti più interessanti fuori città, come l’area di Zhalanash, è meglio organizzarsi con un mezzo locale, possibilmente un fuoristrada. Le distanze sono lunghe, il terreno non sempre semplice e non è una zona da improvvisare senza informazioni aggiornate.

Come arrivare al Mare d’Aral in Kazakhstan

Il modo più pratico per raggiungere Aralsk è il treno. Da Almaty il viaggio può richiedere circa 27-30 ore, a seconda del collegamento. Volendo partire invece da Astana i tempi sono simili, intorno alle 25-28 ore. Da Turkestan il tragitto è più breve, ma resta comunque lungo: circa 15-18 ore. Questo significa una cosa molto semplice: Aralsk non è una tappa da aggiungere a caso. Va scelta.

Ha senso se si sta costruendo un viaggio più ampio in Kazakhstan o in Asia Centrale e si ha un interesse reale per la storia ambientale della regione. Non ha molto senso se si hanno pochi giorni e si cerca solo una foto iconica. Una volta arrivati, una o due giornate possono bastare per visitare la città, vedere il vecchio porto, entrare nei musei locali e organizzare un’uscita nei dintorni.

Il periodo migliore è la primavera o l’autunno. In estate il caldo può essere molto forte, mentre in inverno freddo e vento rendono il viaggio meno piacevole.

Perché andare proprio sul lato kazako

Il motivo principale non è vedere qualcosa di più spettacolare. Anzi, da questo punto di vista il lato uzbeko è spesso più forte: il cimitero delle navi di Muynak colpisce subito, senza bisogno di troppe spiegazioni.

Il lato kazako chiede invece più attenzione. Bisogna arrivarci sapendo che non si sta cercando solo il paesaggio della rovina, ma anche quello della riparazione. Il Piccolo Aral non cancella la tragedia, ma la rende meno definitiva.

C’è qualcosa di molto potente in questa idea: un luogo devastato dall’uomo che, grazie ad altre scelte umane, ricomincia lentamente a funzionare. Non è natura incontaminata. Non è un ritorno all’origine. È un paesaggio ferito che prova a stabilizzarsi. E forse proprio per questo è più interessante.

Riparare i danni della natura, o meglio: i danni fatti alla natura

Il titolo vero di questa storia potrebbe essere questo: non “salvare il Mare d’Aral”, ma “imparare a riparare”. Perché il Mare d’Aral non si è prosciugato per caso. Non è stato un destino naturale. È stato il risultato di decisioni politiche, agricole, economiche. L’acqua è stata spostata, deviata, consumata. Il lago è stato sacrificato a un’idea di sviluppo che non voleva vedere le conseguenze. Il Piccolo Aral kazako dimostra che anche la riparazione richiede decisioni. Una diga. Una gestione diversa dell’acqua. Cooperazione. Manutenzione. Pazienza. E probabilmente anche la capacità di accettare che non tutto tornerà com’era.

Questa, per me, è la parte più importante della storia. Siamo abituati a pensare alla natura in due modi opposti: o come qualcosa di intatto, da contemplare, o come qualcosa di perduto, da rimpiangere. L’Aral kazako suggerisce una terza possibilità: la natura danneggiata può diventare un luogo di responsabilità.

Non sempre si può guarire tutto. Ma si può smettere di peggiorare. Si può salvare una parte. Si può restituire acqua, vita, pesci, lavoro, orizzonte.

Un mare che non è tornato, ma nemmeno scomparso

Il Mare d’Aral resta una ferita aperta dell’Asia Centrale. Il lato uzbeko lo mostra in modo brutale: le navi nel deserto, il porto di Muynak, il vuoto lasciato dall’acqua. Il lato kazako aggiunge qualcosa di meno noto e forse più necessario: la prova che una parte di quella ferita può essere curata.

Non è una storia consolatoria. Non basta una diga a cancellare decenni di danni. Non basta il ritorno dei pesci nel Piccolo Aral a dire che tutto va bene. Però non è nemmeno una storia chiusa. E questo, in tempi in cui molte crisi ambientali sembrano raccontate solo come catastrofi inevitabili, conta moltissimo.

Il Mare d’Aral in Kazakhstan non dice che si può sempre rimediare a tutto. Dice qualcosa di più sobrio e forse più vero: qualche volta, se si interviene in tempo e si accetta di lavorare sul possibile, anche un paesaggio distrutto può ricominciare.

Fonte immagine di copertina: Flickr

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Un commento

  1. Spesso l’opera dell’essere umano ha prodotto devastazioni drammatiche nel nostro pianeta. Un vero peccato. Porvi rimedio sarebbe una grande conquista.

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